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dimanche 29 avril 2018

Ottone Rosai, Via San Leonardo




«Le vie di questi anni sono sempre più oscure, nel ricordo : notturne, piovose o caldissime ; ed io e lui accanto, muti, staccati o uniti col braccio, a trepidare di qualche voce lontana, di un canto che si alzasse dalle siepi di un giardino o di un fischio. (Ricordi, Ottone, le tre note modulate di Piazza Mentana che poi riscoprimmo eguali alzarsi una notte in Piazza Santa Maria Novella ?). Non vi è dolcezza in questi ricordi, anche se fu il tempo della nostra amicizia più delicata. I nostri spiriti si avvicinavano probabilmente in nome del loro dolore, oltre ogni più consueta comprensione.»

Piero Santi  Diario (1943-1946)







Je cite ici un extrait du très beau livre que Piero Santi a consacré au peintre florentin Ottone Rosai (Ritratto di Rosai, [Portrait de Rosai]) ; il y évoque l'amitié de près de trente ans qui les a liés, depuis le début des années trente jusqu'à la mort du peintre en 1957. Le passage ci-dessous se situe dans les années 1933-1934, au moment où Rosai s'installe dans son atelier de la Via San Leonardo, une rue des hauteurs de Florence, dans les parages du Forte Belvedere, qu'il représentera très souvent dans ses toiles :


Giungemmo al Ponte Vecchio e lo attraversammo. Rosai aveva cambiato studio ; abbandonato quello di Via Villamagna, aveva scoperto una casetta rustica in una delle strade di più rara bellezza, la via San Leonardo, sulla collina a sud imminente sul centro cittadino. Scrive Rosai :  «Tutto era pronto per l’inizio di una nuova vita e di un nuovo lavoro. Infatti, le colline, le valli, le strade di quassù non avevano più niente a che fare con le passate visioni dei caffè, dei biliardi e delle cànove cittadine né c’era più niente in comune con Via Toscanella, San Frediano, e il Pian di Ripoli. Le piante, gli uomini, il cielo più aperto e avvicinato, l’accordo combinato tra campagna e città, questa fusione perfetta tra archittetura e natura, l’equilibrato ondeggiare delle colline nel cielo, la luce, il colore nel quale le forme s’involtano : tutto è nuovo per me quanto la voglia di osservare e sperare che ho negli occhi e in tutto il mio essere». 

(...) 

Alla fine giungemmo davanti allo studio. Rosai trasse fuori dalla tasca posteriore dei pantaloni la chiave, la introdusse nella serratura e dette molti giri. La porticina si aperse. Ottone entrò e accese la luce. Di fronte le strette scale erano ripide. Ottone disse : «Sali». Io salii mentre Ottone mi gridava, dal basso : «Accendi la luce, a destra». Trovai l’interrutore sul muro rugoso. 

Un grande paesaggio era sul cavalletto : una strada in curva, una Via San Leonardo, rivista attraverso la fantasia, meglio sarebbe dire inventata : altro che San Leonardo ! Osservavo il quadro e non provavo nessuna emozione. Rosai non era ancora salito, lo udivo, di sotto, muover qualcosa, poi camminare ; infine silenzio ; poi di nuovo qualche rumore minuto. Ed io guardai ancora il quadro, il grigio del cielo illuminato da una pennellata bianca, il rosso cupo dei muri e il cipresso panciuto che era poi un cipresso per modo di dire : era un verde-azzurro, era un albero di Rosai o una colonna, che ne sapevo. 

Cercavo le parole che avrei dovuto dire quando Rosai fosse finalmente venuto di sopra. Udii il suo passo pesante per le scale, poi lo vidi entrare con alcune tele dipinte sotto il braccio. Ed ecco mi guardò : che sguardo era mai quello : sembrava assente, vuoto, come dire ?, cieco, un poco lo sguardo di un bambino, che non sai bene se ancora veda ; ma “sembrava”, perché, nella sostanza, come imparai in séguito, quello sguardo era piuttosto cupo, quasi cattivo : e lo aveva quando lo coglieva il timore che l’altro non capisse. Dopo l’oscurità della strada e le confessioni che mi aveva fatte, quello sguardo mi apparve, d’improvviso, soltanto ironico ; poi mi parve impudico (non saprei dire per quale motivo) : le palpebre gli si strinsero sugli occhi diventati più piccoli, grigiastri (a mo’ dei gatti) ; mi fissò senza dir niente ; era la sua povera prova contro di me : chi ero ? che capivo della sua pittura ? non ero uno dei tanti, presuntuoso e grullo, senza amore e senza generosità ? 

Infine mi decisi a parlare, traendo fuori dal groviglio indistinto dei sentimenti e delle parole che giacevano in fondo alla gola, i più semplici : mi riuscì, e fu un bel fatto ! Presi ardire : acoltavo le mie parole correr via pulite e sincere, diventavano sempre più oneste, sempre più chiare ; era un bel fatto davvero esser riuscito a cavarmela rimanendo dentro i confini dell’onestà. Fui certo di aver vinto la battaglia : non tanto per l’attenzione con la quale Ottone aveva seguito le mie frasi, quanto per il fatto che ogni timore era scomparso dentro di me. Ottone aveva lo sguardo umile, ora ; commosso : questo giovinastrello letterato aveva capito qualcosa della sua ansia ! Stette per un poco zitto, poi venne fuori l’elogio caloroso : «non ho mai udito nessuno che sia entrato subito come te dentro quello che volevo esprimere, che abbia avvertito così alla svelta i miei desideri e le mie ansie». Era commosso fino in fondo ; mi accorsi di quanto fosse solo. Questa maledetta solitudine ti aggancia sempre sul più bello o sul più brutto, come vuoi. Io stavo lì, abbastanza grullo : la mia vittoria stava diventando troppo facile : che groviglio di sensazioni mediocri mi assaliva ! E subito dopo mi tentò lo specchio d’acqua dove potevo veder riflesso ciò che sentivo ; ero lì a riscaldare la mia gioia ; ma lo spirito del bene ti gioca sempre qualche buffo scherzo, ed ecco che, guardando ancora il quadro, mi accorsi che tutto quel che avevo detto era vero : il quadro era bello sul serio, il cipresso era l’affermazione di una fede nella natura, amato dopo che il pittore l’aveva sofferto fino in fondo nella distanza da sé e magari nell’odio ; Rosai era grande, aveva riversato tutta la sua commozione, la sua solitudine e la sua gelosia o la sua irritazione, in quei colori : nelle pennellate violente ed estranee ad una grazia, nella linea con la quale la strada tentava di raggiungere il cosidetto infinito, che non sai che sia, che solo i poeti possono vedere, almeno così si dice da secoli, quello dei sovrumani silenzi e della quiete profondissima.

Piero Santi  Ritratto di Rosai Da Donato Editore, Bari, 1966









Nous arrivâmes au Ponte Vecchio et nous le traversâmes. Rosai avait changé d’atelier ; il avait abandonné celui de Via Villamagna et avait trouvé une petite maison rustique dans une des plus belles rues de Florence, la Via San Leonardo, au sud, sur la colline qui surplombe le centre de la ville. Rosai écrit à ce propos : «Tout était prêt pour le commencement d’une nouvelle vie et d’un nouveau travail. En effet, les collines, les vallées, les rues d’ici n’avaient plus rien à voir avec les cafés, les billards, les estaminets citadins, et elles n’avaient rien de commun avec la Via Toscanella, San Frediano ou Pian di Ripoli. La végétation, les hommes, le ciel plus ouvert et plus proche, l’accord réalisé entre la campagne et la ville, cette fusion parfaite entre l’architecture et la nature, le déploiement harmonieux des collines dans le ciel, la lumière, les couleurs qui enveloppent les formes : tout est nouveau pour moi, autant que l’envie d’observer et d’espérer que j’ai dans les yeux et dans tout mon être.» 

(...) 

Nous arrivâmes enfin devant l’atelier. Rosai sortit de l’une des poches de son pantalon la clé, l’introduisit dans la serrure et donna plusieurs tours. La petite porte s’ouvrit. Ottone entra et alluma la lumière. Je me trouvai devant un escalier raide. Ottone dit : «Monte». Je montai tandis que, d’en bas, Ottone me criait : «Allume la lumière, à droite». Je trouvai l’interrupteur sur le mur rugueux. 

Sur le chevalet, il y avait un grand paysage : une rue qui tournait, une Via San Leonardo, revue par l’imagination du peintre, ou plutôt réinventée : bien autre chose que la Via San Leonardo ! Je regardais le tableau sans éprouver aucune émotion. Rosai n’était pas encore monté, je l’entendais, en bas, déplacer quelque chose, puis marcher ; enfin, le silence ; puis de nouveau quelques petits bruits. Et je regardai encore le tableau, le gris du ciel illuminé par une touche de blanc, le rouge sombre des murs et le cyprès pansu qui était autre chose qu’un cyprès : c’était un vert-azur, c’était un arbre de Rosai ou une colonne, je n’en savais rien. 

Je cherchais les paroles qu’il me faudrait prononcer quand Rosai serait finalement monté à l’étage. J’entendis son pas lourd dans l’escalier, puis je le vis entrer avec quelques toiles sous le bras. Il me regarda : qu’y avait-il dans ce regard ? Il semblait absent, vide, comment dire ?, aveugle, un peu le regard d’un enfant, dont on n’est pas sûr qu’il voie déjà. Mais je dis bien "semblait", parce qu’en réalité, comme je m’en aperçus par la suite, ce regard était plutôt sombre, presque méchant : c’est celui qu’il avait quand s’emparait de lui la crainte que l’autre ne comprenne pas. Après l’obscurité de la rue et les confessions qu’il m’avait faites, ce regard me sembla, sur le moment, seulement ironique ; puis il me parut impudique (je ne saurais pas dire pourquoi) : les paupières recouvrirent les yeux devenus plus petits, grisâtres (un peu comme ceux des chats) ; il me fixa sans rien dire ; c’était une façon de me mettre au défi : qui étais-je ? qu’est-ce que je pouvais bien comprendre à sa peinture ? n’étais-je pas moi aussi comme tant d’autres, présomptueux et sot, sans amour et sans générosité ? 

Je me décidai enfin à parler, en extrayant de l’enchevêtrement confus de mots et de sentiments qui se pressaient en moi, les plus simples : cela me réussit, et ce fut un choix heureux ! Je pris de l’assurance : j’écoutais mes paroles qui s’écoulaient, nettes et sincères, elles devenaient toujours plus honnêtes, toujours plus claires ; j’étais vraiment heureux d’avoir réussi à me tirer d’affaire en restant dans les limites de l’honnêteté. Je fus certain d’avoir gagné la bataille : pas tellement à cause de l’attention avec laquelle Ottone avait suivi mon discours, mais plutôt parce que je ne sentais plus en moi aucune crainte. Ottone avait maintenant un regard humble ; il était ému : ce petit jeune homme lettré avait compris quelque chose à son angoisse ! Il resta un moment silencieux, puis se lança dans un éloge chaleureux : «Avant toi, je n’ai jamais entendu personne qui ait compris immédiatement ce que je voulais exprimer, qui ait perçu aussi rapidement mes désirs et mes angoisses». Il était bouleversé ; je compris à quel point il était seul. Cette maudite solitude qui s’empare toujours de nous au meilleur moment, ou au pire, selon les cas. Je restai là, comme un nigaud : ma victoire devenait trop facile ; j’étais assailli par un amas confus de sensations médiocres ! Et aussitôt après, je fus attiré par le miroir d’eau où je pouvais voir se refléter mes sentiments ; je me complaisais à étaler ma joie ; mais l’esprit du bien nous joue toujours de drôles de tours, et voilà que, en regardant encore le tableau, je m’aperçus que tout ce que j’avais dit était vrai : le tableau était vraiment beau, le cyprès était l’affirmation d’une foi dans la nature, aimé après que le peintre en ait épuisé la souffrance dans la distance de soi et peut-être dans la haine ; Rosai était grand, il avait déversé toute son émotion, sa solitude, sa jalousie ou son irritation dans ses couleurs : dans les coups de pinceaux violents et étrangers à toute grâce, dans le tracé avec lequel la route tentait de rejoindre ce que l'on appelle l'infini, dont on  ignore ce qu’il est, que seuls les poètes peuvent voir, c’est au moins ce que l’on dit depuis des siècles, l’infini des silences surhumains et de la paix la plus profonde. 

(Traduction personnelle) 









Images : en haut, Site Flickr

au centre, (1) JHG Hendriks  (Site Flickr)

(2) Ottone Rosai Via San Leonardo, 1952

en bas, (1) Site Flickr

(2) Russell McNeil  (Site Flickr)



dimanche 16 avril 2017

Il Parco (Le Parc)




"A Firenze, vendevano rose : certi giorni, tutta la città ne odorava, passeggiavo ogni sera alle Cascine e la domenica nei giardini di Boboli senza fiori." 








Je cite ici un extrait du recueil de nouvelles de Piero Santi Amici per le vie (Amis le long des rues), publié en 1939 et réédité en 1976 dans un joli volume illustré par Renato Guttuso et Ernesto Treccani. L'ouvrage est paru aux éditions de L'Indiano, la galerie que Piero Santi tenait à Florence, 3, Piazza dell'Olio, tout près du Duomo, avec son ami Paolo Marini, mort le douze mars dernier. La nouvelle reprise ci-dessous s'intitule Il Parco (Le Parc) ; il s'agit d'une belle évocation d'une fin de journée d'été, et d'une nuit, dans le parc des Cascine, à Florence :

Antonio gli strinse la mano e se ne andò. Il ragazzo rimase solo e sperduto. L’indomani sarebbe andato via. Vide tutte le strade e tutti i paesi che avrebbe traversato. In mezzo c’erano i monti. A poco a poco il pensiero gli si annebbiò : alte mura di città azzurre sorgevano in mezzo alle nuvole e lui camminava leggero. Si addormentò. Sopra, le siepi brillavano ancora al sole del pomeriggio inoltrato e gli alberi si univano fitti contro il cielo troppo puro ; si presentiva la fine dell’arsura. Biciclette passavano a gruppi ; una ragazza insegnava al fratellino a muovere i primi passi, e il fanciullo camminava tutto gonfio e scuro, guardando fissamente l’erba. Nella grande vasca del piazzale i pesci si riposavano, fermi nel fondo, ristorati appena dallo zampillo continuo. Ma la sera calava. Cominciarono ad alzarsi per prime le donne, raccogliendo fagotti e bambini, poi qualche giovane, infine qualche soldato che era venuto lì dalle caserne lontane. Qualcuno rimase seduto sulle panchine. I fiori perdettero a poco a poco lo splendore dei loro colori e le grandi aiuole rosse intorno alla vasca smuorirono lentamente, incupendo. 

Millo si risvegliò. E vedendo il fiume già scuro non comprese lì per lì l’ora. Poi si alzò incamminandosi verso il piazzale d’ingresso del parco : di sera, la vita si svolgeva prevalentemente lassù, vicino al ponte. Il buio calava sempre più fitto, il calore, ancora grande. Ma d’un tratto una brezza fresca venne giù dai monti e scese a rinfrescare l’asfalto. Le cime degli alberi cominciarono ad ondeggiare sotto l’alito rinvigorente, le foglie si aprirono per bere l’inaspettata frescura ; e il fiume s’alleggerì allargando un po’ lo spruzzo delle sue acque sulle rive. Millo aspirò il vento e si passò una mano sul volto accaldato. Intanto il parco si popolava di ombre. Il buio avvolgeva tutto, senza consolazioni pallide di luna. Nell’intrico delle siepi l’oscurità era assoluta. Il ragazzo non provava ormai più il senso di paura delle prime notti : ora conosceva quasi tutti i nascondigli, i viali riposti, gli spiazzati più impensati ; e costituiva per lui un quotidiano divertimento pensare in qual luogo avrebbe dormito. Ogni sera, quasi, cambiava. 

Camminò per il viale centrale. Lumi di biciclette, indagatori e curiosi, passavano piano accecati spesso dai fari delle automobili ed ogni tanto qualche lume più piccolo, appena avvertibile, rivelava una sigaretta accesa. 

Millo si sedé su una panchina, ma pensando che l’indomani si sarebbe dovuto svegliar presto, pensò di andare a dormire. Scelse per quella notte l’ippodromo delle corse al galoppo, dove aveva dormito, a volte con Antonio. Saltò la siepe che circonda il grandissimo prato e in pochi istanti fu vicino ad una costruzione in muratura dove erano addossate delle frasche. Si gettò su di esse dopo averle un po’ accomodate. 

Dal cielo cupo si riversava una dolorosa intimità sulla terra. L’isola verde del parco viveva la sua vita notturna, ritmata dal vento che muoveva le cime degli alberi più alti. Verso il mattino, i viali erano vuoti e vuoti i prati e i piazzali. Ad un tratto una persona entrò nel viale centrale : era Antonio. Scavalcò la siepe e fu nell’ippodromo. Dette une scrollone a Millo. Il ragazzo aprì i suoi occhi chiari che risplendevano appena sotto la luce leggerissima dell’alba. Il cielo andava schiarendosi. Sulle piante, sulle foglie, sulle panchine si era posata la brina umida della notte. Gli abiti di Millo erano bagnati. 

– Andiamo, fece Antonio ; e la sua voce parve a Millo rauca. Mentre a poco a poco le foglie riprendevano vigore e gli animali sorgevano dai loro nidi e dalle loro buche, i ragazzi si incamminarono. Nei viali c’era ancora una luce tepida. Millo strappò un ramo da una siepe di biancospino e lo portò alla bocca. Nessuno parlò. Al rumore di un’automobile che passava in fretta, in un’ora così insolita, nessuno dei due pensò a voltarsi. 

Piero Santi  Amici per le vie, Galleria L'Indiano, Firenze, 1976 (prima edizione : Circoli, Roma, 1939)






Antonio lui serra la main et s’en alla. Le garçon resta seul et désemparé. Le lendemain, il serait parti. Il vit toutes les routes et tous les pays qu’il aurait traversés. Au milieu, il y avait les montagnes. Petit à petit, ses pensées se brouillèrent : les hauts murs de villes bleues surgissaient des nuages et il marchait d’un pas léger. Il s’endormit. Au dessus de lui, les haies brillaient encore au soleil de l’après-midi bien avancée, et les arbres se réunissaient en files serrées contre le ciel trop limpide ; on devinait la fin de la sécheresse. Des bicyclettes passaient en groupes ; une jeune fille aidait son petit frère à faire ses premiers pas, et l’enfant avançait, concentré et triste, en regardant fixement l’herbe. Dans le grand bassin de l’esplanade, les poissons se reposaient, immobiles dans le fond, avec pour seul réconfort le jet d’eau continu. Mais le soir tombait. Les femmes se levèrent les premières, en rassemblant leurs paquets et leurs enfants, puis ce fut le tour de quelques jeunes gens, et enfin des soldats, venus de leurs casernes lointaines. Quelques-uns restèrent assis sur les bancs. Les fleurs perdirent peu à peu leurs splendides couleurs et les vastes allées rouges autour du bassin dépérirent lentement, en s’obscurcissant. 

Millo se réveilla. En voyant le fleuve déjà sombre, il ne se rendit pas compte immédiatement de l’heure. Puis il se leva et se dirigea vers l’esplanade à l’entrée du parc : le soir, l’activité se concentrait à cet endroit-là, près du pont. Il faisait de plus en plus noir, et encore assez chaud. Mais tout à coup, une brise légère descendit des montagnes pour rafraîchir l’asphalte. Les cimes des arbres commencèrent à ondoyer sous le souffle revigorant, les feuilles s’ouvrirent pour boire cette fraîcheur inespérée ; le fleuve s’allégea en éclaboussant le rivage de ses eaux. Millo aspira le vent et essuya d’une main son visage en sueur. Pendant ce temps-là, le parc se peuplait d’ombres. Le noir enveloppait tout, sans les consolations pâles de la lune. Dans l’enchevêtrement des haies, l’obscurité était totale. Le garçon n’éprouvait plus désormais le sentiment de peur des premières nuits : maintenant, il connaissait toutes les cachettes, les allées secrètes, les refuges les plus inattendus ; et réfléchir à l’endroit où il allait pouvoir dormir était devenu pour lui un divertissement quotidien. Il changeait presque chaque soir. 

Il avança dans l’allée centrale. Des lumières de bicyclettes, insistantes et curieuses, passaient lentement, souvent aveuglées par les phares des automobiles ; parfois, une lueur plus faible, à peine perceptible, révélait une cigarette allumée. 

Millo s’assit sur un banc, mais en songeant que le lendemain il devrait se lever tôt, il pensa à aller dormir. Il choisit pour la nuit l’hippodrome des courses de plat où il avait déjà dormi, parfois avec Antonio. Il sauta la haie qui entourait le vaste pré et en quelques instants il se retrouva près d’une construction en béton où étaient adossés des branchages. Il se jeta sur eux après les avoir un peu arrangés. 

Le ciel sombre inondait la terre d’une douloureuse intimité. L’île verte du parc vivait son existence nocturne, rythmée par le vent qui agitait les cimes des arbres les plus hauts. Au petit matin, les allées étaient vides, comme les prés et les esplanades. Tout à coup, quelqu’un entra dans l’allée centrale : c’était Antonio. Il enjamba la haie et se retrouva dans l’hippodrome. Il secoua Millo. Le garçon ouvrit ses yeux clairs qui brillaient à peine sous la pâle lumière de l’aube. Le ciel s'éclaircissait. Sur les plantes, sur les feuilles, sur les bancs s’était déposé le givre humide de la nuit. Les vêtements de Millo étaient trempés. 

– Allons-y, dit Antonio ; et Millo trouva que sa voix était rauque. Tandis que les feuilles retrouvaient progressivement leur vigueur et que les animaux sortaient de leurs nids et de leurs tanières, les deux garçons se mirent en chemin. Dans les allées, la lumière était encore douce. Millo arracha une branche d’une haie d’aubépines et la porta à la bouche. Personne ne parla. On entendit le bruit d’une automobile qui passait rapidement, à une heure aussi insolite, mais aucun des deux ne songea à se retourner. 

(Traduction personnelle)






Images : en haut, Giacomo Bartalesi  (Site Flickr)

au centre, Giovanna  (Site Flickr)

en bas, Daniele Frediani  (Site Flickr)

samedi 8 février 2014

Mi accorsi che ero "Piero" (Je m'aperçus que j'étais "Piero")



 THANATOS                                                                                
                                                                             
                                                                                                                           (a Piero Santi)


Alle undici e un quarto
la notte fu tua
affondasti nella poltrona
logora e vecchia.
Forse cominciaste a ridere
tra la bruma insensata della morte
— Si — ridevi sarcastico
di questo fracasso alla ricerca
del tuo sepolcro.
(Mentre già sentivi il tepore amoroso
dell'inferno).

Sergio Miranda



THANATOS

                                                                                                                         (à Piero Santi)

À onze heures et quart
la nuit fut à toi
tu t'es effondré dans le fauteuil
usé et vieux.
Peut-être t'es-tu mis à rire
dans la brume insensée de la mort
— Oui — tu riais sarcastique
de tout ce tintamarre à la recherche
de ta tombe.
(Tandis que déjà tu percevais  la tiédeur amoureuse
de l'enfer).

Sergio Miranda






Un texte de l'écrivain florentin Piero Santi, publié en 1988, deux ans avant sa mort :


Potrei dire "non son chi fui", se sapessi, però chi fui ; del resto, quel che avanza non è solo languore e pianto, come avveniva per Ugo. Non ricordo la mia infanzia, tutto lì ; non so chi ero ; forse, dal mare grigio di quei tempi si isola un’onda chiara, o due... un bambino che fece pipì in classe, in prima elementare, perché non aveva il coraggio di alzar la mano per chiedere alla maestra di uscire ; e una specie di sogno ricorrente di due corpi piccoli, informi, che si avvicinavano, si sfioravano : come due profili nebbiosi. È poco, nulla, direi. Cominciai a sentire di esistere, in qualche modo, nell’adolescenza, dopo i dodici, tredici anni. Ci fu, ovvio, la rivelazione del sesso, la scoperta del corpo mio (gli altri corpi vennero dopo, in mezzo ci furono avvicinamenti teneri e probabilmente anche angosciosi, con gli abiti-schermo, chissà che c’era al di là ; a volte qualcosa di noto, a volte l’ignoto). Però non fu solo il sesso : per lo meno in modo diretto (ma a me, è anche l’ora che lo dica, interessa "quel che avviene" più dei motivi più o meno inconsci per i quali una cosa avviene). Avevo pensieri instabili che mi tormentavano quando camminavo per le vie della mia città, quella Firenze-terrore nella quale ero immerso (vivevo in una casa piena di stanze a due passi dal Duomo ; quando uscivo ero aggredito dalla mole di marmo altissima, dai palazzi-pietra, dallo stridore dei tram, da sguardi che mi impaurivano). 

A un certo momento, anche, mi accorsi che ero "Piero". Un’entità distinta dagli altri ; e il nome rivelava questa diversità ; potrei dire questa solitudine (senza implicazioni sentimentali). Il moi nome non era più una sigla com’è per i bambini ; era un "nome". 

Non mi scuserò di non aver risposto come forse avrei dovuto (ma come ? come ? con l’ipocrisia ? con artifici sottili, ambigui e falsi ?). Il fatto è che le cose stanno così, per me ; almeno ora ; qualche decennio fa, forse, avrei ricordato qualcosa, sentito qualcosa di diverso, ma io esisto ora. Forse, sì, perì di noi gran parte, ma probabilmente non è neppure questo il succo del problema. Il fatto vero è che non sono lontano, come ero anni fa, dalla fine.

Piero Santi  (texte paru dans la revue Salvo imprevisti, n. 43-44, août 1988) 





Je pourrais dire "je ne suis pas celui que je fus", si seulement je savais qui je fus ; d’ailleurs, ce qui demeure ne se réduit pas à la langueur et aux larmes, comme c’était le cas pour Ugo. Je ne me souviens pas de mon enfance, voilà tout ; je ne sais pas qui j’étais ; c’est à peine si, de la mer grise de cette époque, surgissent une ou deux vagues plus nettes... un enfant qui fit pipi en classe, au cours élémentaire, parce qu’il n’avait pas le courage de lever la main pour demander à la maîtresse la permission de sortir ; et une sorte de rêve récurrent de deux petits corps, informes, qui se rapprochaient, se frôlaient : comme deux silhouettes perdues dans le brouillard. C’est peu, et en fait presque rien. Je commençai à m’apercevoir que j’existais, en quelque sorte, au moment de l’adolescence, après treize ou quatorze ans. Il y eut, évidemment, la révélation de la sexualité, la découverte de mon corps (les autres corps vinrent par la suite, entretemps il y eut des approches tendres et sans doute aussi angoissantes, avec l’écran des vêtements, qui sait ce qui pouvait se cacher derrière ; parfois quelque chose de familier, parfois l’inconnu). Toutefois, il n’y eut pas que le sexe, en tout cas pas de façon directe (mais pour moi, il faut bien que je l’avoue, ce qui compte est "ce qui advient", beaucoup plus que les raisons plus ou moins conscientes pour lesquelles les choses adviennent). J’avais des pensées fébriles qui me tourmentaient quand je marchais dans les rues de ma ville, cette Florence terrifiante dans laquelle j’étais plongé (je vivais dans une maison aux nombreuses pièces à deux pas du Dôme ; quand je sortais, j’étais assailli par la gigantesque masse de marbre, par les immeubles de pierre, par le grincement des trams, par les regards qui m’effrayaient). 

Et à un certain moment, je m'aperçus que j’étais "Pierre". Une entité distincte des autres ; et le nom révélait cette diversité ; je pourrais même dire cette solitude (sans implications sentimentales). Mon nom n’était plus une simple appellation, comme il l’est pour beaucoup d’enfants ; il était devenu un "nom". 

Je ne m’excuserai pas de ne pas avoir réagi comme peut-être j’aurais dû le faire (mais comment ? comment ? de façon hypocrite ? en usant d’artifices subtils, ambigus ou faux ?). Le fait est que les choses sont ainsi pour moi, au moins à présent ; il y a vingt ou trente ans, j’aurais peut-être pu me souvenir de quelque chose, éprouver quelque chose de différent, mais c’est maintenant que j’existe. Il est probable qu’une grande part de nous-même a péri, mais là n’est pas l’essentiel du problème. La vérité, c’est que je ne suis pas loin, comme je l’étais il y a quelques années, de la fin. 

(Traduction personnelle)






Les trois photographies sont de Matteo  (Site Flickr)


Pour lire d'autres textes de Piero Santi, cliquer ici.

lundi 1 avril 2013

Notturno (Nocturne)




Je cite ici un autre extrait du recueil de nouvelles de Piero Santi Amici per le vie (Amis le long des rues). Il s’agit de la nouvelle intitulée Michele (Michel) ; c’est le prénom du héros, tourmenté et secret, qui vit avec sa sœur Angela à Florence, dans le quartier de Borgognissanti, à la suite de la mort de ses parents. Michele a du mal à accepter la présence de Marino, le fiancé de sa sœur ; quand il tombe gravement malade, il est presque heureux que cela lui permette de focaliser à nouveau sur lui l’attention d’Angela, au détriment de Marino. Après sa guérison, il va saisir toutes les occasions pour quitter l’appartement et explorer la ville qui s’offre à lui, à la fois menaçante et attirante. On se rendra compte dans ce passage de l’audace tranquille avec laquelle Piero Santi évoque le trouble de Michele quand il découvre la vie nocturne des parcs et des jardins de Florence, ces ombres errantes et ces promeneurs qui s’immobilisent au passage du jeune homme, et les visions qui le poursuivent dans son lit, au retour de ses pérégrinations solitaires. 

Il faut se souvenir que tout cela a été écrit et publié (certes de façon confidentielle) en 1939, c'est-à-dire dans l’Italie fasciste peu encline à considérer avec bienveillance ces thèmes «homoérotiques», pour employer une expression familière à notre auteur. On retrouvera d’ailleurs la même franchise dans le Diario (Journal) des années 1943-1946, et cela est d’autant plus remarquable qu’il s’agit évidemment dans ce cas d’une démarche clairement autobiographique. Dans L’eroe negato ([Le héros nié] Ed. Baldini&Castoldi, Milano, 2000), son ouvrage consacré à l’homosexualité dans la littérature italienne du vingtième siècle, Francesco Gnerre remarque à juste titre que Piero Santi «fait partie des rares auteurs de sa génération qui ont représenté l’homosexualité sans aucun sens de culpabilité, sans faux-semblants ni dissimulations, une sincérité avec lui-même et avec les autres qui a caractérisé sa vie tout entière.» À plus de soixante-dix ans, il répond ainsi aux questions que lui pose Giovanni Dall’Orto sur la façon dont son homosexualité a pu influencer son travail littéraire (entretien recueilli dans l’ouvrage La pagina strappata [La page arrachée] Ed. Gruppo Abele, Torino, 1987) : «Je crois qu’il y a eu une influence sur les thèmes que j’ai abordés, puisque mes personnages sont pour la plupart des garçons ; si je n’avais pas été homosexuel, j’aurais sans doute choisi d’autres sujets. Ma condition peut aussi m’avoir aidé d’une autre façon. Dans la littérature italienne, après l’âge d’or des seizième et dix-septième siècles, il y a eu de grands écrivains, mais avec des contenus terriblement statiques, immobiles, sans ouverture. Dans cette littérature italienne, en particulier au vingtième siècle où des écrivains très reconnus sont toujours restés attachés à des sujets que l'on pourrait qualifier de «prévisibles», mon homosexualité m’a peut-être permis de sortir de cette routine, de ce «provincialisme» italien. Il y a certes des écrivains importants (Svevo, Tozzi, Pirandello, Palazzeschi), et ce sont des auteurs que j’aime, bien sûr, parce qu’ils sont de vrais écrivains, mais chez qui je ne me retrouve pas, comme quand je lis Proust ou Joyce, ma grande passion (et je précise pour éviter tout malentendu qu’il n’était pas homosexuel !). Au lieu de parler du garçon qui tombe amoureux de la tante de sa petite amie, le fait d’être homosexuel m’a sans doute aidé à trouver une matière narrative plus ambiguë et plus complexe.»   

La sera, volle uscire : Marino, il fidanzato della sorella, era in casa ed egli non poteva sopportarne la presenza. Finse un appuntamento con un amico. Angela rimase indecisa ; il pensiero di rimanere sola con Marino le faceva piacere, ma d’altra parte si era insinuata in lei una paura nuova. Tentò di dissuadere il fratello ; ma ad un tratto sentì che il fidanzato la guardava fisso : voltandosi verso di lui vide i suoi occhi incupiti e la bocca chiusa ; nell’asprezza dell’espressione il volto era ancora più bello. Disse : 
- Va pure. Ma cerca di non fare tardi. 

Marino ridacchiò nell’angolo del divano. Michele salutò in fretta e fu subito fuori. Prese a sinistra, senza una direzione determinata. Camminò a lungo. Alla Fortezza, il parco dei divertimenti era in piena efficenzia ; egli lo traversò per tutta la sua estensione, tra il frastuono delle musiche. L’otto volante lanciava nell’aria le sue carrozzelle piene di gente rumorosa e Michele si arrestò per qualche minuto a guardare verso l’alto, nell’intrico rossoblù dei binari. Più avanti, nelle piste delle automobili, era un cozzare irragionevole ; ad un tratto una ragazza apparve fuori da una baracca e si mise a correre verso il buio del parco. 

Essendosi spinto verso strade sconosciute, lontane, ritornò indietro. Era passata la mezzanotte quando si trovò nuovamente nei pressi della Fortezza. Non aveva mai fatto così tardi e l’idea di esser solo nel buio delle vie gli dette un senso di forza sconosciuta. A poco a poco lo prendeva il fascino aspro della notte. Dietro gli alberi lontani del giardino si aggiravano le ombre, e il silenzio cupo si richiudeva su di lui. Alzò, per un involontario moto interno, gli occhi verso i colli in fondo alla via, rivelati appena nel cielo, e sentì tormentosamente la vastità invincibile dello spazio che lo divideva dai pini, dalle erbe basse dei prati, dai sentieri scoscesi. D’improvviso la notte gli apparve popolata in ogni angolo, dietro le siepi. Affrettò il passo ; sul vicino terrapieno un treno illuminato sfilò sotto una casa rossa e il fumo si sparse denso nell’aria. Egli camminava ancora rasentando i tronchi dei platani ; malgrado fosse stanco sentì che nel suo corpo ritornava l’antico vigore. Gli passò vicino un giovanotto in tuta che lo guardò ; s’accorse che si fermava perché non udì più il rumore dei passi sulla ghiaia. Non si voltò, ansimava, sentiva il sangue in bocca. Un fremito lo fece tremare come fosse in un campo gelato. Camminò più in fretta e poco dopo si trovò sotto casa. 

Vedendo la finestra del salotto ancora illuminata, une rabbia cupa gli fece salire velocemente le scale. 

Dal salotto venivano voci alte e risa. Aprendo la porta con violenza, lo colpì l’azzurro chiaro dell’abito di Angela stretta al fidanzato. Essi lo guardarono appena ; Marino si alzò. Michele richiuse la porta e andò nella sua camera. Senza accendere la luce si spogliò lentamente. Il letto era fresco, grande, diverso da quando era ammalato. 

La sera seguente sarebbe ancora uscito, la città era grande, ignota, quell’ignoto lo voleva affrontare. Si toccò le cosce, pensò alle ombre che affolavano i giardini mentre con mormorii inavvertiti il sonno velava di azzurro e di grigio le sue immagini.

Piero Santi  Amici per le vie, Galleria L'Indiano, Firenze, 1976 (prima edizione : Circoli, Roma, 1939)  






Le soir, il voulut sortir : Marino, le fiancé de sa sœur, était à la maison et il ne pouvait pas supporter sa présence. Il prétexta un rendez-vous avec un ami. Angela était indécise ; la perspective de rester seule avec Marino lui plaisait beaucoup, mais d’autre part, une peur nouvelle s’était insinuée en elle. Elle tenta de dissuader son frère ; mais elle sentit soudain que son fiancé la regardait fixement : en se tournant vers lui, elle vit ses yeux assombris et ses lèvres serrées ; l’âpreté de l’expression rendait son visage encore plus beau. Elle dit : 
- Tu peux y aller. Mais ne rentre pas trop tard. 

Marino ricana dans le coin du divan. Michele les salua rapidement et sortit aussitôt. Il partit sur la gauche, sans direction précise. Il marcha longtemps. À la Forteresse, le parc d’attractions était en pleine activité ; il le traversa entièrement, au milieu du vacarme des musiques. Le grand huit projetait dans l’air ses nacelles pleines de gens bruyants et Michele s’arrêta quelques instants pour regarder vers le haut, en direction de l’enchevêtrement rouge et bleu des rails. Plus loin, sur les pistes des autos-tamponneuses, régnait une folle agitation ; brusquement, une fille sortit de l’une des baraques et se mit à courir vers l'obscurité du parc. 

Comme il s’était aventuré dans des rues inconnues et lointaines, il revint sur ses pas. Il était plus de minuit quand il se trouva à nouveau dans les parages de la Forteresse. Il n’était jamais sorti si tard et l’idée de se retrouver seul dans l’obscurité des rues lui donna une sensation de force qu’il n’avait encore jamais connue. Peu à peu, il se laissait gagner par l’âpre fascination de la nuit. Derrière les arbres lointains du jardin, des ombres erraient, et le silence sombre se refermait sur lui. Un réflexe impérieux lui fit lever les yeux vers les collines au fond de la rue, à peine visibles dans le ciel, et il sentit douloureusement l’insurmontable immensité qui le séparait des pins, des herbes basses des prés, des sentiers escarpés. Tout à coup, la nuit lui sembla peuplée en chacun de ses recoins, derrière les haies. Il pressa le pas ; sur le terre-plein tout proche, un train illuminé défila sous une maison rouge, répandant une fumée dense dans l’air. Il marchait encore en longeant les troncs des platanes ;  malgré la fatigue, il sentit revenir dans son corps l’ancienne vigueur. Un jeune homme en bleu de travail passa près de lui et le regarda ; il s’aperçut qu’il s’était arrêté parce qu’il n’entendit plus le bruit de ses pas sur le gravier. Il ne se retourna pas, il avait le souffle court et un goût de sang dans la bouche. Il se mit à frissonner comme s’il se trouvait dans  un champ gelé. Il marcha plus vite et en peu de temps il se retrouva chez lui. 

En voyant la fenêtre du salon encore éclairée, il ressentit une rage sourde qui lui fit monter plus rapidement les escaliers. 

Du salon venaient des éclats de voix et des rires. En ouvrant violemment la porte, il fut frappé par le bleu clair de la robe de sa sœur qui étreignait son fiancé. Ils le regardèrent à peine ; Marino se leva. Michele referma la porte et alla dans sa chambre. Sans allumer la lumière, il se déshabilla lentement. Le lit était frais, vaste, ce n’était pas comme quand il était malade. 

Le lendemain soir, il serait encore sorti, la ville était grande, inconnue, et il voulait affronter cet inconnu. Il se toucha les cuisses, pensa aux ombres qui peuplaient les jardins tandis qu’avec d’imperceptibles murmures, le sommeil voilait de gris et de bleu ses visions. 

(Traduction personnelle) 








Images : en haut, Niccolò  (Site Flickr)

au centre, Leonardo Morelli  (Site Flickr)


en bas, Site Flickr

mercredi 27 mars 2013

Souvenir de Piero Santi (Ricordo di Piero Santi)






J'ai déjà consacré ici plusieurs messages à l’œuvre passionnante et trop méconnue de Piero Santi, dont on ne désespère pas de lire un jour une traduction française. Je propose ici, avec l'accord de son auteur, ma traduction d'un texte de Giuseppe Grattacaso, écrit à l'occasion du centième anniversaire de la naissance de Santi, et publié sur son blog Mosche in bottiglia en avril 2012 :

Il m’arrive souvent ces jours-ci de penser à Piero Santi, aux journées passées dans sa maison de l’Erta Canina, aux longues conversations durant nos promenades dans les rues de Florence, la ville qu’il aimait tant et dont il souffrait de la progressive transformation. Je me souviens des dîners avec ses amis : ceux de Florence, les plus assidus, et tous les autres qui rejoignaient ce lieu hospitalier depuis toutes les régions de l’Italie. Je le vois souriant dans son fauteuil à côté de la fenêtre, heureux de cette visite amicale, de la vue des oliviers, sur la colline qui depuis le Piazzale Michelangelo descend doucement vers l’Arno. Dans cette maison, il était encore possible, dans ces années quatre-vingt qui laissaient déjà entrevoir l’abîme d’indifférence qui nous aurait bien vite englouti, de parler de littérature avec une vraie passion et une excitation mal contenue, sans se laisser influencer par les modes critiques et par la quête acharnée de louanges et d’approbations. 

On célèbre cette année [en 2012] le centième anniversaire de la naissance de Piero Santi, mais je crois bien que personne ne s’en souviendra. Il était né à Volterra, le 5 avril 1912, et, alors qu’il était encore enfant, sa famille s’était très vite transférée à Florence, la ville qui offrirait, avec la Versilia, le paysage idéal de ses livres. Santi a été parmi les protagonistes de l’une des saisons culturelles les plus vives et les plus intenses que Florence ait connues. Dans les années qui ont immédiatement précédé le second conflit mondial, ainsi que l’a écrit Alessandro Parronchi dans un texte paru en 1976, Florence était devenue le foyer d’une activité littéraire intense et passionnée, «dont Piero Santi représenta le véritable centre de gravité». Dans ces années-là, se trouvaient à Florence Eugenio Montale, qui sera jusqu’en 1938 le directeur du Cabinet Vieusseux, Alfonso Gatto, Vasco Pratolini, Romano Bilenchi, Franco Fortini, mais aussi Aldo Palazzeschi et Manlio Cancogni, Carlo Cassola, Mario Luzi et Antonio Delfini ; Umberto Saba y vivra pendant les années de la guerre. Pendant et après ces années sombres, Carlo Emilio Gadda et Tommaso Landolfi, ses amis, dîneront souvent avec Piero Santi à l’Antico Fattore, la fameuse trattoria de la via Lambertesca ; Santi évoquera ces rencontres dans Il sapore della menta [Le goût de la menthe], publié par Vallecchi en 1962, et qui fut sans doute son plus grand succès littéraire. 

Santi, dont le premier libre Amici per le vie [Amis au long  des rues] a été publié en 1939, était un écrivain respectueux de la tradition mais capable d’une grande modernité. Il construisait souvent ses œuvres en mêlant la chronique et l’autobiographie, le récit et la réflexion. On peut citer par exemple, outre Il sapore della menta [Le goût de la menthe],  Ritratto di Rosai (De Donato, 1966)  [Portrait de Rosai], qui est aussi un témoignage de l’amitié qui lia Santi au peintre florentin Ottone Rosai, Da un tetto e nelle strade (De Donato, 1967) [Depuis un toit et dans les rues], dans lequel il évoque les événements de l’inondation de Florence, les pages de journal réunies dans La sfida dei giorni (Vallecchi, 1968) [Le défi des jours], qui constituent aujourd’hui encore un témoignage fondamental pour comprendre les processus culturels et sociaux qui précédèrent et suivirent la seconde guerre mondiale, et enfin ce livre extraordinaire qu’est Ombre rosse [Ombres rouges], dans lequel les cinémas de Florence deviennent objets et, d’une certaine façon, protagonistes d’une histoire qui explore le mystère et la simplicité des hommes, qui dans l’obscurité des salles de cinéma se montrent plus vrais ou simplement plus tendus vers la recherche de leur propre vérité. Piero Santi écrit dans Ombre rosse : «Il en est ainsi, à Naples, du garçon un peu craintif qui, pour la première fois, entre seul au Sannazzaro et longe les murs à l’aveugle dans la pâleur rouge de la salle, ombre rouge lui-même. Soudain, il entend la voix de quelqu’un qui lui indique une place et lui parle doucement : ce garçon n’aura-t-il pas ressenti quelque chose qui était enfermé en lui, comme sous une valve intangible ? Il s’aperçoit alors de façon certaine que la vie ne se réduit pas à la clarté et à l’évidence, mais qu’il y a en elle quelque chose d’insaisissable et d’imprévisible. Parce qu’au-delà des objets qui nous entourent, au-delà même des gestes que nous croyons accomplir en toute conscience, quelque chose d’obscur et de secret nous enveloppe.» 

Pour quelle raison Piero Santi a-t-il été cantonné à un rôle marginal puis oublié, bien avant sa mort, en 1990 ? Certes, il n’a pas dû être aidé par son homosexualité, toujours déclarée, sans exhibitionnisme ni complaisance. Le fait qu’il ait toujours été plus attentif au jugement et à l’affection de ses amis qu’aux appréciations des critiques n’a pas dû non plus jouer en sa faveur. Il n’a jamais accordé guère d’importance aux intérêts éditoriaux ; en somme, il lui a manqué la capacité de se mettre en valeur, de donner de lui une image attirante, surtout s’il fallait pour cela accepter de renoncer à la moindre parcelle de ses convictions. La superficialité qui s’est ensuite imposée dans le monde littéraire a fait le reste. Et pourtant, il faut se souvenir de ce qu’avait écrit Carlo Bo en 1950, au moment de la publication du Diario [Journal] : «Si un tel livre avait été publié à l’étranger, Santi serait devenu un contemporain capital, on peut être certain qu’il aurait été très vite considéré comme un témoin symbolique et légendaire de notre époque.» 

Mais justement, Santi n’était pas né dans un autre pays, et maintenant que nous n’avons plus besoin de témoins, et encore moins s’ils sont symboliques et légendaires, on ne peut trouver une trace de lui et de son œuvre que dans la mémoire de ses amis ; on peut aussi, si on le veut vraiment, partir à la recherche de ses livres dans les réserves poussiéreuses de quelques anciennes maisons d’édition.  

Giuseppe Grattacaso







Images : en haut, Giacomo Bartalesi  (Site Flickr) 

en bas, (1) et (2) Site Flickr

lundi 11 février 2013

Un incontro (Une rencontre)




Un nouvel extrait du Diario (Journal) de Piero Santi, où il est question d'une rencontre nocturne avec un "Lacombe Lucien" transalpin :

[10 DICEMBRE 1944 (DOMENICA)] Una sera, stavo seduto su una panchina di Piazza Santa Maria Novella aspettando l’ora di andare a letto. Ero solo e in un triste stato d’animo. Di fronte a me un gruppo di gente, indistinto nell’oscurità, attendeva gli ultimi tram. Ad un tratto qualcuno si stacca dal gruppo e siede accanto a me : riconosco, alla divisa, un milite della "Muti". Era molto giovane, il basco lasciava scoperta gran parte della testa, gli occhi erano incavati, come quelli di molti ragazzi fiorentini. Io stavo fumando, dietro a certi miei pensieri, quando ad un tratto sentii che l’altro mi guardava. Sentii il suo sguardo prima ancora di vederlo addosso a me : mi voltai appena e vidi il ragazzo guardarmi avidamente, con une sguardo che tentava di render serio e quasi duro mentre gli occhi, oltre quello, erano tenui, di una delicatezza femminile. Fra noi vi era tutto il silenzio della notte calda d’estate : ed ora cresceva quel silenzioso imbarazzo. Quando ad un tratto disse : «Sono rimasto senza sigarette, potete darmene una ?» E dopo un attimo di silenzio, come per un pensiero non tanto sopraggiunto quanto ripreso dopo una iniziale incertezza, aggiunse : «Ve la pago, naturalmente». 

Gli detti la cigaretta protestando di non volere i pochi centesimi, finché, convinto, il ragazzo cominciò a fumare. Sembrò aver necessità di parole e mi disse di esser fiorentino, di chiamarsi Silvano e di avere diciassette anni «non ancora compiuti». Io, che in certi casi non so usare la prudenza, quasi crudelmente gli chiesi : «Perché sei nella “Muti” ? Non hai genitori ?». «Sono solo – mi rispose aggressivamente – l’officina dove lavoravo è stata chiusa. Avevo fame». «E non avevi altra via d’uscita ?». «Avevo fame e non sapevo che fare. Una sera lessi un cartello : "Arruolatevi nell’Ettore Muti". Andai ad arruolarmi. Avevo i vestiti a pezzi». 

Io ero preso, ormai, dall’interesse verso di lui e solo più tardi pensai a ciò che era dietro a quelle parole : una triste debolezza morale ; e proprio per questo, ora, le riporto qui, quasi precise alle sue tanto mi risuonano nella memoria. Ma allora mi colpì la sua povera umanità di ragazzo : era lontano il basco che Silvano si era tolto mettendolo accanto a sé sulla panchina ; mi era vicino soltanto un fratello di carne. Gli dissi ad un tratto : «Perché non lasci il battaglione ? Perché non vai con i tuoi veri compagni, nei boschi ?» Ancora una volta fui imprudente, ma in quel momento non pensavo a prudenza o imprudenza, tanto mi sembravo chiaro che il ragazzo era semplicemente un ragazzo. Silvano mi guardò, rise un po’ volgarmente e disse : «Domani ci danno le divise nuove perché dobbiamo partire per il Nord. Io prendo le divise e mi nascondo in casa di un mio amico. Credete sia un fesso ? Nel Nord ci devono andare quei musi di coniglio degli ufficiali che ci dicon sempre che è bello morire. Io a morire non ci voglio andare. Intanto, fino a oggi ho riscosso lo stipendio e mi son divertito». 

Ho riportato questo episodio che può apparire insignificante e senza una conclusione, perché penso che lo stato d’animo di Silvano sia stato quello di altri giovani. Se avessi voluto fare un racconto di propaganda avrei dovuto riscattare Silvano e farlo andare alla macchia con i patriotti ; ma io ho semplicemente raccontato un fatto vero con un personaggio vero : Silvano non aveva nessuna voglia di andare alla macchia come non voleva andare a combattere per la repubblica fascista : voleva solo, egoisticamente, vivere ; perché nessuno gli aveva fatto mai capire, senza retorica, con crudezza, che cos’era il bene e che cos’era il male ; ed egli credeva che bisognasse sopratutto, salvare la propria vita. Obbediva, cieco, a quello istinto animale ; il resto era mistero. 

Riprenderò forse un altro giorno a parlare di quei mesi estivi e di altri personaggi ; ormai sono stanco ; non so più quello che ho scritto e se tutte queste parole avranno un senso.

Piero Santi  Diario (1943-1946)  Ed. Neri Pozza, Venezia, 1950







[10 DECEMBRE 1944 (DIMANCHE)] Un soir, j’étais assis sur un banc de la place Santa Maria Novella, en attendant l’heure d’aller me coucher. J’étais seul et triste. Devant moi, quelques personnes, à peine des silhouettes dans l’obscurité, attendaient les derniers tramways. Soudain, quelqu’un se détache du groupe et vient s’asseoir à côté de moi. Je reconnais à son uniforme un milicien de la brigade Ettore Muti. Il était très jeune, le béret laissait en grande partie sa tête découverte, les yeux étaient enfoncés, comme ceux de nombreux garçons florentins. Je fumais, perdu dans mes pensées, quand tout à coup, je m’aperçus que l’autre me regardait. Je sentis son regard avant de le voir fixé sur moi : je me retournai un peu et je vis le garçon me fixer avidement, d’un regard qu’il s’efforçait de rendre sérieux et presque dur, alors que les yeux étaient au fond tendres, d’une délicatesse féminine. Entre nous régnait tout le silence d’une chaude nuit d’été, et maintenant cet embarras silencieux grandissait. Tout à coup, il dit : «Je n’ai plus de cigarettes, vous pouvez m’en donner une ?» Et après un moment de silence, non pas pour compléter sa pensée, mais plutôt pour reprendre ce qu’il avait d’abord hésité à formuler, il ajouta : «Bien  sûr, je vous la paie.». 

Je lui donnai une cigarette en insistant pour la lui offrir, jusqu’à ce qu’il se laisse convaincre et commence à fumer. Il semblait avoir besoin de parler et il me dit qu’il était florentin, qu’il s’appelait Silvano et qu’il n’avait «pas encore» dix-sept ans. Moi qui dans bien des cas suis incapable de faire preuve de prudence, je lui demandai presque cruellement : «Pourquoi es-tu dans la "Muti" ? Tu n’as pas de parents ?» «Je suis seul, me répondit-il de façon agressive, l’usine où je travaillais a fermé. J’avais faim.» «Et tu n’avais pas d’autre solution ?» «J’avais faim et je ne savais pas quoi faire, un soir, j’ai vu sur une affiche : "Rejoignez la brigade Ettore Muti". Je me suis engagé. J’avais des habits tout déchirés.»

Désormais, son récit retenait toute mon attention, et ce n’est que plus tard que je réfléchis à ce qui se cachait derrière ces paroles : une triste faiblesse morale ; c’est la raison pour laquelle je les rapporte ici, presque mot pour mot tant elles résonnent encore dans ma mémoire. Mais sur le moment, je fus frappé par sa pauvre humanité de garçon : j’avais oublié le béret que Silvano avait enlevé et posé à côté de lui sur le banc ; je n’avais près de moi qu’un frère de sang. Je lui dis brusquement : «Pourquoi tu ne désertes pas ? Tu devrais plutôt rejoindre tes vrais camarades dans le maquis !» Je me montrai encore une fois imprudent, mais sur le moment, ces questions de prudence m’étaient étrangères, tant il me semblait évident que ce garçon n’était justement qu’un garçon. Silvano me regarda, il rit de façon un peu vulgaire et dit : «Demain, ils nous donnent des uniformes neufs parce que nous devons partir pour le Nord. Je prends les uniformes et je vais me cacher dans la maison d’un ami. Vous croyez que je suis bête ? Dans le Nord, ils n’ont qu’à y aller ces poules mouillées d’officiers qui nous disent tout le temps que c’est beau de mourir. Moi, je n’ai aucune envie de mourir. En attendant, jusqu’à aujourd’hui, j’ai touché ma solde et j’en ai bien profité !» 

J’ai rapporté cet épisode qui peut paraître insignifiant et peu concluant parce que je pense que l’état d’esprit de Silvano a été aussi celui d’autres jeunes gens. Si j’avais voulu faire un récit de propagande, j’aurais dû racheter Silvano en lui faisant rejoindre les patriotes dans le maquis ; mais j’ai simplement voulu raconter une histoire vraie avec un vrai personnage : Silvano n’avait aucune envie d’aller dans le maquis, comme il n’avait également aucune envie de se battre pour la république fasciste. Il voulait seulement vivre, égoïstement, parce que personne ne lui avait jamais appris, avec rigueur, sans aucune rhétorique, ce qu’était le bien et ce qu’était le mal ; pour lui, la seule chose qui comptait était de sauver sa peau. Il obéissait aveuglement à cet instinct animal : tout le reste était mystère. 

Je reparlerai peut-être une autre fois de ces mois d’été et d’autres personnages ; maintenant je suis fatigué ; je ne sais même plus ce que j’ai écrit et si tous ces mots peuvent avoir un sens. 

(Traduction personnelle) 









Images : en haut, Mark  (Site Flickr)

en bas, Dan  (Site Flickr)