Renaud Camus nous dit dans le dernier tome paru de son Journal, Une chance pour le temps, qu’il a finalement accepté, «non sans hésitation, une traduction partielle de Tricks en italien» (cf. page 15). Cette traduction était annoncée en 2008 aux éditions Textus (situées à L’Aquila), mais la parution de l’ouvrage a été sans cesse reportée depuis, et on l’attend toujours... On a toutefois déjà pu lire en italien deux chapitres de Tricks, puisqu’ils ont été publiés dans l’ouvrage de Renzo Paris, Cronache francesi, paru aux éditions Transeuropa en 1989. Le sous-titre du livre est «un panorama della nuova narrativa francese» (un aperçu de la nouvelle fiction française) ; le choix des textes et des auteurs est fort éclectique, puisque l’on y retrouve notamment Tony Duvert, Annie Ernaux, Mathieu Lindon, François Bon, Danièle Sallenave, Jean Echenoz, Le Clezio, Hervé Guibert, Guy Hocquenghem, et donc Renaud Camus, «parmi tous ces auteurs, sans doute le plus scandaleux» nous dit Renzo Paris dans sa préface... Les deux tricks retenus ici (tous les deux new-yorkais) sont le trente-cinquième, Anonyme en salopette (pages 355-360 dans l’édition P.O.L de 1988) et le trente-septième, Le cow-boy (pages 373-380, op. cit.). La traduction est de Dario Bellezza, par ailleurs écrivain et poète de valeur, mort du sida en 1993. Un de ses romans a été traduit en français : L’amour heureux, Salvy, 1998. Je donne ici quelques extraits de cette traduction qui m’a paru précise et fort réussie :Anonimo con la salopette (a Severo Sarduy)Lunedì 24 luglio 1978
(Racconto trascritto a Parigi, giovedì 11 marzo 1982).
M’aggiravo, verso la fine del pomeriggio, nello stretto corridoio su cui s’aprono le cabine di proiezione, nel settore più lontano della “libreria” che sta all’angolo tra Christopher e Hudson Streets. Fuori faceva ancora caldo, e così non c’era molta gente in questo retrobottega scuro, praticamente senza aerazione. Un uomo sui trenta-trentacinque anni, abbastanza piccolo, bruno, baffuto, mi stava scrutando. Portava dei grandi occhiali con la montatura di tartaruga e, per vestito, una salopette azzurro-mare che gli lasciava nudi i fianchi, la parte superiore del torace, le spalle e le braccia. Non si poteva dire se fosse bello o brutto, ma certo era un po’ comico per il contrasto tra i suoi occhiali da intelletuale e la sua tenuta da stagnaio, e per i baffoni alla Ben Turpin. Mi seguiva lungo il corridoio, che porta sempre al punto di partenza, oppure aspettava il mio successivo passaggio e allora mi guardava fisso.
Sono andato ad appostarmi in una rientranza particolarmente buia tra due cabine. Lui m’ha subito raggiunto e immediatamente m’ha messo la mano sulla patta. Stavo a torso nudo, la mia camicia sgualcita infilata dalla parte del colletto nella tasca posteriore dei jeans (secondo un vezzo della moda molto diffuso quell’anno). Ho fatto qualche passo indietro, per appoggiarmi al muro, lui m’è venuto incontro.
(...)
Ho passato la mia mano sul suo petto, solido e molto peloso, e sul suo ventre, molto peloso ma meno solido. Potevo anche, avendo slacciato due bottoni sui suoi fianchi, toccare direttamente il suo culo, le coscie e il sesso. Ma appena arrivato a quel punto, lui m’ha proposto d’andare in una cabina. Ho accettato. La prima che aveva scelto aveva la porta che non funzionava e ne ho preferita un’altra, proprio di fronte. Ci sono entrato e lui m’è venuto dietro. Ho sbottonato la mia patta. Lui m’ha accarezzato il torace e m’ha tirato fuori il sesso. Gli ho tirato giù le bretelle della salopette scoprendogli così tutto il torace. Ma allora lui ha introdotto una moneta nella fessura dell’apparecchio di proiezione. Non so se lo ha fatto per una sorte di dovere, temendo che i gestori della “libreria” ci richiamassero all’obbligo un po’ duramente (“C’mon, I want to hear those quarters !”, però io avevo l’impressione che avessero rinunciato a quel tipo di politica, e che il dollaro che esigevano all’ingresso del retrobottega fosse ormai la loro sola pretesa), o forse perché aveva voglia di vedere un film. Comunque sia, siccome io stavo appoggiato contro la parete su cui veniva proiettato il film, le prime immagini sono arrivate sul mio torace. Abbiamo allora cambiato posizione e ci siamo messi uno di fronte all’altro, stavolta per il largo della cabina, così stretta d’altronde che potevamo appoggiarci confortevolmente tutti e due, di spalle, a una parete, e tenere i nostri bacini e i nostri cazzi stretti l’uno contro l’altro. Il film veniva così proiettato tra i nostri petti, il centro dell’immagine solamente arrivava sul tramezzo, mentre i bordi si perdevano sui nostri corpi.
(...)
Ho detto che non avevo nessuna intenzione di godere. Ma ciò che ha indebolito la mia decizione è stato il pensiero di questa cronaca, e del racconto che potevo trarre da un episodio così enfaticamente, così grossolanamente, “artistico” : “fellatio in corso mentre un’altra viene proiettata sui partecipanti della prima, tatuaggio mobile ; è la pornografia che i nuovi
saddhus dell’Hudson imprimono sui loro corpi, al posto dei Veda cari ai loro fratelli del Gange
(dei quali, in approssimativo contraccambio, Severo Sarduy scrive in La Doublure
(Flammarion, 1981, p. 78) che con i loro finissimi pennelli, la loro cipria nera, e i loro “vanity-case che maneggiano con abilità” : “– li avevo scambiati per delle frocie –.”). Come mi sono venute queste idee, fui perduto, tanto più irremediabilmente in quanto l’uomo con la salopette era un succhiatore assai esperto. Ho sentito montare dentro di me una tensione che non poteva risolversi se non in un orgasmo, e ho goduto nella sua bocca, con molto piacere. Lui ha inghiottito il mio sperma. Quando si è risollevato, s'è messo a masturbarmi. Io lo tenevo per le spalle mentre lui protendeva il bacino, e gli carezzavo le cosce, i coglioni e anche il torace. È venuto abbastanza in fretta, e il suo sperma è andato a schizzare sulla parete dove la sua ombra nascondeva una metà del film, di nuovo proiettato nel suo posto specifico.
Ero impaziente di uscire dalla cabina, in parte a causa del calore che il nostro dimenarci aveva aggiunto a quello del giorno, in parte per l’inquietudine sulla sorte della mia camicia che avevo abbandonato prima d’entrare nella cabina, con il mio libro,
Les Confessions, precisamente dalla parte dove il singolare manipolatore aveva dato luogo ai suoi capricciosi interventi. Sono dunque uscito prima che l’uomo con la salopette si fosse risollevato le bretelle, con un sorriso d’arrivederci che lui a malapena poteva vedere. Comunque lui aveva dovuto lasciare prima di me la “libreria”, perché l’ho visto, più tardi, precedermi su Christopher Street, che andava verso est sul marciapiedi opposto.
(Mai più incontrato).
Il cow-boyGiovedì 27 luglio 1978
(...)
Di tutti i
Tricks di cui si racconta qui, incontestabilmente il più bello è questo ; e anche, a eccezione di Jeremy, senza dubbio, forse il solo veramente bello, secondo ogni criterio di giudizio, l’unico a trascendere i “generi”. Il ragazzo era molto alto e muscoloso, ma in modo naturale, senza eccesso ; d’aspetto molto virile, senza ostentazione. Il suo abito da cow-boy, che aveva tutte le probabilità di questo mondo d’apparire perfettamente ridicolo, su di lui era soltanto molto eccitante e, senza che possa bene spiegare perchè, patetico. Incarnava perfettamente il mito, e nondimeno non aveva il fisico tradizionale del ruolo : i suoi cappelli, di cui una ciocca sfuggiva dal cappello, sulla fronte bianca, le sue sopracciglia, i suoi occhi, i suoi baffi erano troppo neri ; aveva piuttosto l’aria latina, o meglio, gitana. Quello che era veramente notevole in lui, era il suo volto, a mio avviso perfetto : energico, fine, luminoso, rischiarato dalla torva scintilla delle pupille. Questa volta m’ha lasciato il tempo di vederlo meglio. Ma, come aveva fatto in precedenza, s’è allontanato dal girello di metallo per sparire tra le cabine. Il suo sguardo, nel momento in cui si spostava, era su di me. Ciò sembrava un chiaro invito. Quasi non riuscivo a credere alla mia fortuna. Ma ero deciso adesso a tentarla. Ho dunque dato il mio dollaro all’incaricato che ha sbloccato il tornante di metallo, liberando il meccanismo di passaggio.
Il corridoio che fa da comunicazione alle cabine disegna un quadrato su cui, servandosene, ci si ritrova sempre al punto di partenza. Non ho seguito il cow-boy. Mi sono avviato nella direzione opposta alla sua, pensando così d’incontrarlo. Ma lui era tornato sui propri passi, io ho fatto un giro completo senza incrociarlo. C’erano là dieci o quindici ragazzi, alcuni dei quali avevo già visto prima lungo l’Hudson, di cui due o tre eccitanti. Mi sembrava più saggio interessarmi a loro piuttosto che a questo cow-boy, che decisamente m’intimidiva. Era troppo bello. Ma sapevo anche bene, che troppo lo avrei rimpianto, in seguito, se non fossi arrivato in fondo a questa storia.
Quando l’ho rivisto, stava entrando in una cabina. Ha lasciato la porta completamente aperta, e s’è appoggiato contro la parete di fronte, i pollici nelle tasche dei jeans. Mi guardava. Io ho ancora tergiversato. Mi sono allontanato. Quando mi sono girato, lui stava sulla porta. Controllavo che l’avessi visto, che sapessi bene dove lui stava, si è rimesso nella sua posizione, all’interno della cabina, contro la parete. Ho fatto un giro completo del corridoio, ma molto svelto, e mi sono fermato di fronte a lui. Ci siamo guardati, io ho ancora girato la testa una o due volte a destra e a sinistra, poi mi sono deciso, e l’ho raggiunto.
Temevo che lui fosse il tipo da ricevere, senza minimamente contraccambiare, gli omaggi che istigava. E avevo anche paura d’essere intimidito sessualmente, di non potermi neanche arrapare, se avesse messo la mano sulla mia patta sarebbe stato deluso dalla modesta taglia del mio membro in completo riposo. Ma queste inquietudini non hanno avuto nessuna conferma. Lui m’ha toccato nello stesso istante che l’ho toccato io, era tanto perfettamente eccitante quanto era bello, rara combinazione, e io gli ero accanto da neppure quindici secondi che già ero arrapato con estremo entusiasmo.
(...)
Sono uscito dalla cabina quasi immediatamente dopo di lui, abbastanza veloce per vederlo entrare nelle toilette che sono proprio di fronte al tornante di metallo d’accesso al piccolo corridoio. Mi sono appostato lì, nella luce che viene dalla bottega propriamente detta. Volevo vederlo ancora una volta, assicurarmi che fosse così bello come m’era sembrato. Lo era, forse anche di più. Quando è uscito dalla toilette, m’ha fatto un segno con la testa poi, arrivato vicino alla porta, s’è girato sorridendo, facendo un saluto con la mano.
Sono rimasto ancora cinque minuti nella “libreria”, per non avere l’aria di seguirlo e d’imporre la mia presenza. Quando a mia volta sono uscito, mi sono diretto verso la Sesta Avenue su Christopher Street. Mano a mano che andavo riprendendo coscienza, mi rimproveravo la timidezza. Avrei potuto dargli il mio indirizzo, il mio numero di telefono, invitarlo a pranzo a casa. Era uno dei più bei ragazzi che avessi visto in vita mia. Sembrava molto gentile. E adesso l’avevo perduto.
Arrivato sulla Settima Avenue, sono tornato sui miei passi. Bisognava che lo ritrovassi, era una cosa sciocca. Fortunatamente con quel suo cappello, era riconoscibile da lontano. Doveva gironzolare nel quartiere. Sono entrato in parecchi bar, Boots and saddles, Ty’s, e sono tornato su Hudson Street. Sulla strada ho incontrato un amico francese, Patrick, e gli ho chiesto se non avesse visto un ragazzo con il cappello da cow-boy.
– Sì, piuttosto presto nel pomeriggio.
– Un tipo molto bello ?
– Sì, niente male, sì.
– No, questo qui non è
niente male, è una meraviglia della natura.
– Non ho guardato bene...
– L’avresti guardato, l’avresti notato... Bene, suppongo che sia rientrato a casa sua, merda !
E me ne sono tornato a casa.
(Mai più incontrato).
Traduction : Dario Bellezza et Mario Sigfrido Metalli
Images :
Site Flickr (1) et
(2)La très belle préface de Roland Barthes à TricksUne lecture italienne de Tricks :
ici, et la traduction française de l'article :
là.Sur les mêmes thèmes :
Digression pasolinienne.